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La questione delle pensioni non dignitose

La questione delle pensioni non dignitose (190 euro mensili la media). Qualche riflessione
Cominciamo ad esaminare alcuni semplici dati (gentilmente fornitimi, in una discussione sui social, da Federico Zanon che ringrazio. Si tratta di dati pubblici che avrei potuto trovare comunque leggendo il bilancio ma Federico mi ha certo semplificato le cose)

Nel 2018 ENPAP ha erogato 3736 pensioni di vecchiaia per un totale di 8.526.000 euro. La media, basta fare una semplice divisione è 190 euro mensili. Il che vuol dire, come noto, che il nostro Ente eroga anche pensioni abbondantemente inferiori ai 100 euro mensili.

Un altro elemento utile alla riflessione è il seguente: Nel 2017 (ultimo dato disponibile) sono stati raccolti contributi integrativi al 2% per 19.368.194 euro.

Se i contributi integrativi (che, ricordiamolo, vengono pagati dai clienti e non dai professionisti) fossero portati al 4% (come accade nella maggior parte delle altre Casse previdenziali) avremmo dunque una disponibilità immediata di circa 20 milioni di euro.

Ora facciamo l’ipotesi di fissare come pensione minima 520 euro avremmo 3.736 x 520 x 12 = 23.312.640

La differenza fra quanto erogato attraverso i contributi versati e la cifra da erogare per integrare a 520 euro/mese tutte le pensioni sarebbe: 23.312.640 – 8.526.000 = 14.786.640

Dunque l’aumento dell’integrativo al 4% coprirebbe ampiamente l’esborso con un avanzo significativo di (19.368.194- 14.786.640) 4.581.554

Ma anche questo dato può essere fuorviante.

Infatti dei 3736 attuali pensionati certamente ve ne è una quota importante che gode, oltre alla pensione Enpap, di altri trattamenti pensionistici tali per cui il monte pensione supera ampiamente i 520 euro mensili.

Inoltre essendo concepita l’integrazione al minimo come intervento assistenziale si dovrebbe tenere conto (come si fa in altri Enti, ad esempio Inarcassa) dell’Isee fissando una soglia oltre la quale non sarebbe possibile l’integrazione.

Quello che io ho in mente è un intervento nel settore assistenza per garantire una pensione minimamente dignitosa (520 euro mensili) a tutti i pensionati in difficoltà che non abbiano altri redditi da pensione o per coloro che cumulando tutte le loro pensioni , non raggiungano i 520 euro mensili.

Occorre fare una ricerca ma sono certo che l’importo occorrente da 14.786.640 euro potrebbe tranquillamente scendere a circa 5.000.000 di euro annui. E non è detto che l’importo occorrente debba essere finanziato con il contributo integrativo. Si tratta di un’ipotesi ma potrebbero esservene altre (fondo di solidarietà, altri strumenti tecnici etc..). Inoltre potrebbe anche essere valutata l’idea di portare l’età pensionabile a quella della maggior parte dei lavoratori (68 anni circa).

Va poi considerato che l’intervento (la cifra necessaria) diminuirebbe negli anni poiché il problema delle pensioni “ridicole” riguarda solo i colleghi che avendo cominciato a versare i contributi già in età avanzata si trovano oggi ad andare in pensione con poco più di venti anni di contributi versati. Ciò è derivato come noto, perché tutto il meccanismo è stato impostato solo nel 1993.

I colleghi che avranno in futuro un periodo contributivo normale (fra i 35 e i 45 anni) avranno purtroppo pensioni basse (e questo è il generale problema della previdenza) ma non ridicole come quelle attuali.

Infine una valutazione politica (qui non si tratta di conti ma di idee, ed io dico la mia).

A mio avviso la comunità deve naturalmente adeguarsi al sistema previdenziale contributivo previsto dalla legge né potrebbe fare altrimenti.

Ma quando si tratta di assistenza, in quel campo cioè ove vi sono margini discrezionali sugli interventi da privilegiare e sulle modalità (sia pure che debbano essere discusse con i Ministeri) il criterio fondamentale dovrebbe essere quello solidaristico.

Dunque nell’assistenza, diversamente dalla previdenza, i colleghi vanno aiutati, a mio avviso, sino ad una soglia di dignità, indipendentemente dalla proporzionalità con quanto versato. Ciò naturalmente senza intaccare la sostenibilità dei bilanci.

Non si tratta né di proporre miracoli, né di fantaeconomia, né di imporre rinunce.

L’ENpap ha due funzioni. Una è previdenziale e attraverso i fondi della previdenza eroga le pensioni proporzionate a quanto ognuno ha versato così come prevede la legge. Non è che io proponga, né potrei farlo per legge, di modificare questo meccanismo.

L’altra funzione è assistenziale e i fondi usati per questa funzione sono fondi provenienti dal contributo integrativo.

C’è poi a parte il contributo maternità che segue una sua logica assai rigida.

I fondi del contributo integrativo servono per la gestione dell’Ente e, quelli rimanenti possono essere usati (stilando precisi regolamenti che devono essere approvati dai Ministeri vigilanti) per l’assistenza.

Naturalmente semplifico. In realtà la questione è ancor più complessa perché entro certi limiti margini ci possono essere anche sugli utili che gli investimenti producono, fatta salva la rivalutazione dei montanti prevista per legge.

Ora nell’utilizzo delle somme che l’Ente ha a disposizione per l’assistenza il mio parere è che non debbano essere svolte prestazioni assistenziali proporzionate a quanto i colleghi hanno versato, bensì prestazioni previdenziali che tengano d’occhio un livello minimo dignitoso di sopravvivenza dei colleghi (in caso di malattia, come già si fa per la previdenza integrativa, in casi eccezionali quali la morte di un congiunto etc..)

Tra queste prestazioni possiamo scegliere naturalmente quelle sulle quali impegnarci e sulle quali no.

La misura da me proposta potrebbe, a mio avviso, essere studiata in modo di andare incontro a quei colleghi che abbiano pensioni uniche sotto i 520 euro.

Questo è quanto.

Naturalmente lungi da me l’idea di compromettere la sostenibilità del bilancio, si tratta di studiare con attenzione la cosa e trovare soluzioni anche parziali, ovviamente tenendo conto, come già encomiabilmente si fa, di tutti gli altri stati di bisogno, di giovani e meno giovani colleghi.

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